[2026-06-19] San Romualdo
Abate.
BIOGRAFIA:
Romualdo, nato a Ravenna attorno al 950, sacerdote monaco e asceta, visse con straordinaria intensità l'ideale monastico. Esponente di una famiglia nobile, era figlio del duca Sergio degli Onesti di Ravenna. Sconvolto da una tragedia in famiglia, decise di farsi monaco (aveva solo 20 anni), ed entrò nell'antico monastero di Sant'Apollinare in Classe. Ma non vi si trovò bene. Si recò presso un eremita in territorio veneziano, sottoponendosi alla sua guida spirituale. Poi passò in abbazia di San Michele in Catalogna, dove Romualdo si trattenne dieci anni e compì la sua formazione. Ritornato in Italia nel 988, si dedicò a vita eremitica presso Ravenna. Rinunciò poi alla dignità di Abate e fondò un nuovo monastero in onore di San Michele Arcangelo. A causa però dei continui richiami disciplinari ai suoi monaci, venne cacciato via dal suo monastero. Intorno all'anno 1001 il giovane imperatore Ottone III convinse l'eremita a divenire Abate di Sant'Apollinare in Classe; ma la sua vocazione era quella della solitudine e del rinnovamento della vita eremitica e quindi, dopo appena un anno, rinunciò all'incarico, e si recò a Montecassino. Intorno al 1014 Romualdo fondò un eremo nelle Marche, nelle falde del Monte della Strega, tra Monte Catria e Monte Cucco, nel comune di Scheggia e, dopo poco, vi aggiunse un piccolo monastero (cenobio) con una chiesa. Alla fine si recò a Camaldoli. Romualdo visse circa 75 anni: morì il 19 giugno tra il 1023 nella località Valdicastro, vicino a Fabriano, in solitudine. La sua biografia è stata raccolta da San Pietro Damiani, quasi immediatamente dopo la sua morte.
MARTIROLOGIO:
San Romualdo, anacoreta e padre dei monaci Camaldolesi, che, originario di Ravenna, desideroso di abbracciare la vita e la disciplina eremitica, girò l'Italia per molti anni, costruendo monasteri e promovendo ovunque assiduamente tra i monaci la vita evangelica, finché nel monastero di Val di Castro nelle Marche mise felicemente fine alle sue fatiche.
DAGLI SCRITTI:
Dalla «Vita di san Romualdo» scritta da san Pier Damiani.
Romualdo, abitando per tre anni nella città di Parenzo, nel primo anno fondò un monastero e vi mise un abate con i fratelli, negli altri due invece rimase chiuso e ritirato. Ivi la grazia di Dio lo portò a tale altezza e grado di perfezione che, ispirato dallo Spirito Santo, previde alcune cose che poi si verificarono puntualmente e con i raggi dell'intelligenza penetrò i misteri celati dell'Antico e del Nuovo Testamento. Spesso infatto la contemplazione di Dio lo rapiva in modo così intenso che, quasi tutto sciolto in lacrime e bruciando di un indicibile ardore d'amore di Dio, diceva a gran voce: «Caro Gesù, pace del mio cuore, desiderio ineffabile, dolcezza e soavità degli angeli e dei santi», ed altre espressioni consimili. Ciò che egli diceva con giubilo sotto l'azione dello Spirito Santo, noi non siamo capaci di esprimerlo con parole umane, neppure in minima parte.
Dovunque poi il santo avesse disposto di abitare, costruiva dapprima un oratorio con l'altare in una piccola cella, e poi si rinchiudeva e proibiva ad altri di entrarvi. Cambiò diverse volte residenza. Alla fine, sentendo ormai prossimo il momento di terminare i suoi giorni, ritornò al monastero che aveva costruito in Val di Castro, ed ivi aspettando senza timore la morte, decise di costruirsi una cella con oratorio, in cui starsene rinchiuso in silenzio, fino alla sua partenza dal mondo.
Edificato dunque l'eremitaggio si apprestava a rinchiudersi, quando il suo corpo cominciò a declinare rapidamente più per l'avanzata vecchiaia che per malattia. Le forze venivano meno e i malanni si aggravavano. In questa condizione, una volta su far del tramonto fece uscire dalla sua cella i due fratelli che lo assistevano, ordinando lodo di chiudere la porta e di ritornare solo per il Mattutino all'indomani. Quelli però lo compiacquero di malavoglia, preoccupati del suo stato allarmante. Invece poi di allontanarsi, si appostarono lì vicino tendendo l'orecchio. A un certo momento, non udendo più nulla, rientrarono in fretta, accesero il lume e trovarono il santo già cadavere.
La sua anima beata era partita per il cielo. Quella gemma preziosa, il cui valore restava ignoto al mondo, veniva riposta nel tesoro del sommo Re.
[2026-06-21] San Luigi Gonzaga
Religioso.
BIOGRAFIA:
Luigi, figlio del duca di Mantova, è stato descritto come eccessivamente mite e dotato di scarso temperamento, eppure basta uno sguardo alla sua vita per convincersi del contrario. Nato il 19 marzo del 1568, fin dall'infanzia il padre lo educò alle armi, tanto che a 5 anni già indossava mini - corazza ed elmo con pennacchio. Ma a 10, quand'era paggio del granduca di Toscana a Firenze, Luigi già aveva deciso che la sua strada era un'altra: quella che attraverso l'umiltà, il voto di castità e una vita dedicata al prossimo l'avrebbe condotto a Dio. A 12 anni ricevette la prima comunione da san Carlo Borromeo e decise di entrare nella compagnia di Gesù, ma per riuscire dovette sostenere due anni di lotte contro il padre - deluso e combattivo - dimostrando appieno la forza e l'intensità della sua volontà. Libero ormai di seguire Cristo rinunciò al titolo e all'eredità e si dedicò agli umili e agli ammalati, distinguendosi soprattutto durante l'epidemia di peste che colpì Roma nel 1590. In quell'occasione, trasportando sulle spalle un moribondo, rimase contagiato e morì, a soli 23 anni, nel 1591.
MARTIROLOGIO:
Memoria di san Luigi Gonzaga, religioso, che, nato da stirpe di principi e a tutti noto per la sua purezza, lasciato al fratello il principato avito, si unì a Roma alla Compagnia di Gesù, ma, logorato nel fisico dall'assistenza da lui data agli appestati, andò ancor giovane incontro alla morte.
DAGLI SCRITTI:
Dalla «Lettera alla madre» di san Luigi Gonzaga.
Io invoco su di te, mia signora, il dono dello Spirito santo e consolazioni senza fine. Quando mi hanno portato la tua lettera, mi trovano ancora in questa regione di morti. Ma facciamoci animo e puntiamo le nostre aspirazioni verso il cielo, dove loderemo Dio eterno nella terra dei viventi. Per parte mia avrei desiderato di trovarmici da tempo e, sinceramente, speravo di partire per esso già prima d'ora. La carità consiste, come dice san Paolo, nel «rallegrarsi con quelli che sono nella gioia e nel piangere con quelli che sono nel pianto». Perciò, madre illustrissima, devi gioire grandemente perché, per merito tuo, Dio mi indica la vera felicità e mi libera dal timore di perderlo. Ti confiderò, o illustrissima signora, che meditando la bontà divina, mare senza fondo e senza confini, la mia mente si smarrisce. Non riesco a capacitarmi come il Signore guardi alla mia piccola e breve fatica e mi premi con il riposo eterno e dal cielo mi inviti a quella felicità che io fino ad ora ho cercato con negligenza e offra a me, che assai poche lacrime ho sparso per esso, quel tesoro che é il coronamento di grandi fatiche e pianto.
O illustrissima signora, guàrdati dall'offendere l'infinita bontà divina, piangendo come morto chi vive al cospetto di Dio e che con la sua intercessione può venire incontro alle tue necessità molto più che in questa vita. La separazione non sarà lunga. Ci rivedremo in cielo e insieme uniti all'autore della nostra salvezza godremo gioie immortali, lodandolo con tutta la capacità dell'anima e cantando senza fine le sue grazie. Egli ci toglie quello che prima ci aveva dato solo per riporlo in un luogo più sicuro e inviolabile e per ornarci di quei beni che noi stessi sceglieremmo.
Ho detto queste cose solo per obbedire al mio ardente desiderio che tu, o illustrissima signora, e tutta la famiglia, consideriate la mia partenza come un evento gioioso. E tu continua ad assistermi con la tua materna benedizione, mentre sono in mare verso il porto di tutte le mie speranze. Ho preferito scriverti perché niente mi é rimasto con cui manifestarti in modo più chiaro l'amore ed il rispetto che, come figlio, devo alla mia madre.